Libertà e Massoneria in età moderna

Il massone è e deve essere “uomo libero e di buoni costumi”. Nell’accezione di “uomo” entra l’ampio respiro della visione di “humanitas” ad indicare le qualità più nobili ed elevate della persona umana, quelle che consentono di esercitare l’alto principio della libertà come stile di pensiero e di vita discendente dalla implementazione profonda dei valori della “virtus” che è cimento continuo dell’intelletto e dello spirito sulla materia. Il principio di libertà può essere praticato a condizione che si abbia la salda percezione del concetto di “diritti umani”.

Il 10 dicembre del 1948, nel Palais de Chaillot a Parigi, la 183° seduta plenaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. La Commissione, presieduta da Eleonor Roosevelt coadiuvata da uomini come il giurista francese Cassin, dal cinese Chang e dal libanese Malik, espresse il suo pensiero nel discorso del dicembre 1948, attraverso le parole di Cassin. Era chiaramente enunciata la riflessione in merito alla inconcepibilità di posizioni concordi tra popoli caratterizzati da diverse civiltà e culture, viventi in contrapposti sistemi economici e sociali. Egli giudicò non difficile, ma impossibile mettere d’accordo gli uomini di tutto il mondo sui fini ultimi dell’uomo e sulla sua origine. Sicché il frutto di tanto disaccordo non poteva che essere un «accordo di idealismo pratico». Basti pensare alla distanza, anche fra quanti caldeggiavano l’affermazione di un fondamento di diritto naturale ai diritti dell’uomo, tra una concezione giusnaturalistica che ha a sua fonte la divinità, quale, per esempio, è evocata nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, e quella che si basa soltanto sulla natura umana. Si esprimevano, in sostanza, le posizioni intellettuali che connotano gli atteggiamenti di pensiero definiti generalmente Umanesimo ed Illuminismo: da un lato la consapevolezza del limite ed il senso dell’ulteriore, dall’altro la fiducia nella possibilità di chiarire in forma autonoma ed esaustiva tutta la problematica che discende dalla complessità umana. Il primo articolo della Dichiarazione Universale recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». L’archetipo di questa formula è nel Digesto di Domizio Ulpiano, giureconsulto romano vissuto tra il I ed il II secolo d.C.: «utpote cum iure naturali omnes liberi nascerentur».

“In quanto che tutti gli uomini, secondo il diritto naturale, sono nati liberi”

Tale principio, ricevuto nelle Istituzioni giustinianee, si è diffuso nella cultura europea divenendo il fondamento delle varie dichiarazioni dei diritti dalla rivoluzione americana in poi. Ad un’analisi critica degli attuali contesti sociali e politici mondiali, è evidente che il principio di Ulpiano, pur ripreso ed enunciato costantemente, particolarmente nell’età contemporanea, che Norberto Bobbio definisce “età dei diritti”, ancora resta, per molti versi, una pura utopia o un «accordo di idealismo pratico» così come lo aveva definito Cassin. La nostra epoca, che dichiara di credere nell’uomo configurandolo come il fine ed il senso di tutta la storia e di ogni sua “creazione”, deve ancora porsi il problema di stabilire le fondamenta e gli strumenti per l’attuazione vera dei diritti umani. La città di Dite, di dantesca memoria, è presente su scala planetaria e in essa predomina la hybris della lonza, della lupa e del leone. Il 20% dei paesi ricchi si divide l’80% delle risorse lasciando solo le briciole ai 4/5 dell’umanità. Nei paesi ricchi il valore dominante è l’acquisizione del potere economico a scapito di masse sempre più numerose di emarginati che, proprio perché tali, perdono il senso della loro dignità e della propria dimensione divina. L’uomo, ce lo ricorda Aristotele, tende per natura alla felicità, eppure non sempre, anzi raramente è felice. Ciò che è importante, sostiene Kant è divenire degni di essere felici. Si tratta, perciò, di ripensare l’io da parte di ognuno, uomo o Stato che sia, di ripensare l’individuo atomo che aggregandosi agli altri, mediante un atto di rispetto e di reciprocità, determina il tessuto della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani. L’altro, con le sue peculiarità di cultura e di sentire, è il punto prospettico dal quale partire per ridisegnare la nostra personalità. L’uomo è “esodo”, uscita da sé, dalle proprie certezze e garanzie, dalla propria autosufficienza per interagire, ascoltare ed accogliere l’altro. Ciò senza dissolvere la personalità dell’ “io” unico ed irripetibile, senza annullare le differenze individuali anzi integrandole e liberandole in un orizzonte più ampio: quello della fratellanza che determina il senso profondo dell’essere persona. Il libero muratore, nella costanza della sua ricerca interiore, nello slancio di comprensione profonda delle cose che sono in cielo e in terra, sa che la sua legge è uguale a quella dell’intero universo. L’iniziato è zampillo incessante di riflessione intima e sociale, è pensiero ed azione capace di incidere e modificare le negatività dei contesi sociali, è energia, attività perenne che si costruisce e ricostruisce continuamente perseguendo la finalità di realizzare, a livello planetario il diritto per tutti gli uomini ad essere degni di essere felici.